Frida for femal

Altro articolo, altra storia. Sezione Emotions 360°. Preciso che questa è una mia emozione personale che ho piacere di condividere con voi.

Tempo fa mi ha chiamato la mia dolce analista (aimè ne ho bisogno anche io! Ma d’altronde non c’è arte senza sofferenza) chiedendomi una maglia particolare. La particolarità sta nel fatto che non ha voluto “una maglia dipinta”, ma “una mia interpretazione di un preciso soggetto dipinto su una maglia”. Il soggetto il questione è Frida Kahlo, una donna dalla forza straordinaria, data la vita vissuta. L’arte non è altro che l’espressione interiore dell’essere umano e credo valga la pena, per capire un quadro, capire la psicologia e lo stato d’animo dell’artista per immedesimarsi nelle opere e osservare con una profondità e uno stato d’animo diversi.

Ma facciamo un breve focus sulla sua storia.

Frida Kahlo nacque nel 1907 a Città del Messico, fu una pittrice dalla vita decisamente sofferente e travagliata.
Era affetta da spina bifida, malattia aggravata dall’incidente in tram che le causò conseguenze gravissime, la colonna vertebrale le si spezzò in tre punti nella regione lombare e riportò molteplici fratture. Costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato, i genitori decisero di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Iniziò così la serie di autoritratti. Il fatto interessante degli autoritratti è perché come egli stessa ha detto “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”, infatti l’incidente ebbe un peso molto importante da un punto di vista psicologico, portandola a rinchiudersi in una profonda solitudine, ma allo stesso tempo fece sì che l’arte diventasse la sua ragion d’essere.

Tolto il gesso riuscì a camminare con dolori che le restarono per tutta la vita. Per aiutare finanziariamente la sua famiglia, decise di mostrare i suoi dipinti ad un illustre pittore dell’epoca, Diego Rivera, del quale si innamorò. Ciò fu allo stesso tempo ulteriore motivo di sofferenza per Frida, che la portò in seguito ad avere relazione extraconiugali, comprese esperienze omosessuali.

Altro punto focale per la sua vita privata ed artistica, fu l’aborto spontaneo che ebbe, causato dall’inadeguatezza del suo fisico, e dal quale prende vita il suo dipinto Ospedale Henry Ford (letto volante), nel quale si autoritrae in un letto di ospedale sdraiata nuda su un letto molto più grande di lei: il suo corpo è circondato dal sangue, dalla pancia, ancora ingrossata per la gestazione del bambino, escono tre vene che conducono a vari elementi differenti.
Un’altra caratteristica peculiare di Frida è l’affermazione della sua identità messicana, evidente anche nel suo modo di vestire: si ispirava al costume delle donne di Tehuantepec, Comune che ha una reputazione di “società matriarcale”. Fin dall’adolescenza Frida manifestò una personalità molto forte, unita a un singolare talento artistico e uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale che, con l’unione della sua ispirazione, fa nascere il suo fuoco per il femminismo.

ll rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato caratterizza uno degli aspetti fondamentali della sua arte: crea visioni del corpo femminile da una prospettiva di donna, e non più distorto da uno sguardo maschile.
Capire l’aspetto psicologico è importante, perchè i suoi dipinti non si limitano alla semplice descrizione degli incidenti della sua vita, parlano del suo stato interiore e del suo modo di percepire la relazione con il mondo e quasi tutti includono tra i soggetti un bambino, sua personificazione. Per un breve periodo nelle sue opere gli elementi della tradizione messicana classica si uniscono a quelli della produzione surrealista.

Sapeva che l’etichetta surrealista le avrebbe portato l’approvazione dei critici, ma allo stesso tempo le piaceva l’idea di essere considerata un’artista originale. La fusione di questi elementi crea un dipinto al vertice dei due stili fusi insieme: “Ciò che l’acqua mi ha dato”, un dipinto che parla di paura, sessualità, memoria e dolore che galleggiano nell’acqua di una vasca da bagno, dalla quale affiorano le gambe dell’artista.
Pochi anni prima della sua morte per embolia polmonare a 47 anni nel 1954, le venne amputata la gamba destra, ormai in cancrena. Le ultime parole che scrisse nel suo diario furono:

“Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Quando ho ricevuto l’ordine, inizialmente ero nel buio più totale. Riflettendo, informandomi, rivedendo il film “Frida”, visto qualche mese fa, ho provato ad immedesimarmi nella sua vita.

Frida è ormai diventata un simbolo del femminismo, poiché inconsciamente, attraverso i suoi dipinti, ha contribuito alla Rivoluzione del popolo messicano, emancipando la figura femminile che fino ad allora era ancora sottomessa.

Ho scorso i suoi dipinti, alcuni pieni di dolore, che facevano da contrapposizione ai suoi autoritratti, con espressioni decise, solenni e piene di forza. Cercando di abbracciare queste contrapposizioni, mi è piaciuta l’idea di rappresentare quelle sue espressioni così sicure, il suo dolore emotivo e fisico. Le ossa, in particolare, sono una croce che l’ha accompagnata per tutta la vita, l’elemento conseguenza dell’incidente per cui Frida è diventata la famosa pittrice Frida Kahlo.

Il suo volto è realizzato a colori, con un espressione decisa e forte tipica della sua personalità; man mano, scendendo, si passa ad uno scheletro, precisamente una cassa toracica: quel busto che per tanti anni ha tenuto costretto e l’ha portata a fare della pittura il suo modo di esprimersi, conoscersi, sperimentarsi. L’ho lasciato in bianco e nero, senza sfondi o elementi di disturbo, considerandolo un lato oscuro della sua personalità, quell’elemento che le ha permesso di far crescere la sua forza interiore, senza lasciarsi abbattere. Al centro un grande cuore rosso, pieno di sofferenze, Unico tocco di colore dentro al lato oscuro di Frida. Un cuore che nonostante le esperienze negative batteva, si ingrossava, aggiungendo ogni volta un dolore nuovo che le ha permesso di diventare ciò che era e ciò che è per noi oggi.

 

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